venerdì 2 aprile 2010

"La strategia di ammaliazione della Libia"

Sulle rive di Tripoli con il figlio di Gheddafi


Tripoli, Libia - Forse ho sovrastimato il concetto benpensante britannico di "modernità". Quando BBC dichiarava che "all'ultra-moderno aeroporto di Tripoli... vi sembra di essere in un qualsiasi aeroporto del mondo," immaginavo di trovare almeno uno Starbucks, un finto pub irlandese, e (questo relativamente al termine "ultra") una serie di distributori di IPod e auricolari, per evitare inquinamento acustico.
Bene, forse noi siamo finiti in un aeroporto libico di transito, il loro Midway o Stansted, perché questo è un "qualsiasi luogo nel mondo" solo in un qualche senso folle, distopico-fantascientifico.
Invece si possono acquistare gomma da masticare egiziana, economici orologi celebrativi dei 40 anni della rivoluzione libica, e settimanali patinati con sulla copertina la foto di Hugo Chavez.
Alcuni personaggi sinistri in ampie uniformi, tutti che fumano Marlboro, si gridano qualcosa l'un l'altro e spariscono con il mio passaporto. Poi ho capito che questo momento di teatro era necessario perché sul passaporto ho il timbro dell'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Dopo qualche discussione, il mio confidenziale apparatčik governativo informerà lo staff doganale libico che, per ordini dall'alto, questo "Savio di Sion" si può far passare.
Non è del tutto chiaro perché io sia venuto in Libia, sebbene sarebbe stato scortese rifiutare un viaggio pagato dai generosi e, secondo quanto sostiene il loro staff, spesso fraintesi, fratelli della Fondazione Gheddafi.
Su richiesta ufficiale di Saif al-Gheddafi (astuto figlio e delfino, educato a Londra, del Colonnello Muammar Gheddafi) il nostro gruppo di giornalisti è arrivato nel Paese nell'ambito di un tentativo di dimostrarci la nuova apertura della Libia e, implicitamente, un futuro molto diverso dal passato. Personalmente sono più interessato a dare un'occhiata all'unico culto della personalità di stampo islamo-fascista del mondo.
La Grande Jamāhīriyya Araba di Libia Popolare e Socialista
[è il nome col quale Gheddafi ha ribattezzato la Libia, ndt]

Senza dubbio papà Gheddafi non dorme la notte al pensiero che se si fosse contenuto nella sciocca retorica e negli eccessi sartoriali (e forse anche in un paio di attentati terroristici) la sua nazione sarebbe apparsa agli occhi dell'occidente come la Cuba di Castro o il Nicaragua sandinista. Negli ani '70, la Libia si proponeva al turismo rivoluzionario e ai "gringo" che mietevano canna da zucchero a L'Avana come un'alternativa socialista con moderate componenti religiose. Il regime prendeva parte anche ad ogni tipo di indecenza radical-chic: far saltare in aria una discoteca tedesca piena di soldati americani, sproloquiare scempiaggini come l'idea di collettivizzare il Sahara, e fornire all'Esercito Repubblicano Irlandese le armi necessarie per uccidere i cattolici capricciosi.

Dopo il colpo di Stato di Gheddafi nel 1969, "The Nation" [storico quotidiano di sinistra americano, ndt] titolava in favore della Libia, raccontando ai suoi lettori, nel 1970, che "è del tutto chiaro perfino al visitatore più distratto che in Libia non esiste alcuna forma di razzismo," compreso l'anti-semitismo. Come un visitatore potesse determinare la totale scomparsa del razzismo in una nazione straniera non lo si spiegava. Nel 1981, un altro giornalista di Nation sottolineava che "la maggior parte dei tre milioni di cittadini della nazione... hanno potuto beneficiare di un miglioramento della qualità di vita da quando Gheddafi è salito al potere e continuano a sostenere il governo." Come uno straniero possa determinare il livello di sostegno popolare per una dittatura era, anche in questo caso, lasciato all'immaginazione.

Ma perfino secondo coloro che erano guidati dagli standard morali elastici dell'epoca, Gheddafi e i suoi occhiali da aviatore non riuscirono mai a diventare un'icona. Quarant'anni dopo la nascita della Grande Jamāhīriyya Araba di Libia Popolare e Socialista, è improbabile trovare studenti che sottolineano brani del Libro Verde, la meravigliosamente bizzarra esegesi di un qualcosa definito la "terza teoria internazionale" scritta da Ghaddafi. Certamente ci sono stati brevi amoreggiamenti sia con l'estrema destra che l'estrema sinistra inglesi, con il neo-fascista Fronte Nazionale, che ha tentato di ottenere il supporto finanziario libico (con annesso l'acquisto di pancali di libri verdi) e con il leader filo-sovietico dell'Unione Nazionale dei Minatori, Arthur Scargill, che concretamente riuscì a ottenere sostegno sia morale che finanziario dal regime di Gheddafi. Ma in fin dei conti, la moda della Libia non ha mai attecchito.

In un negozio semivuoto di Tripoli (che, stranamente, espone una bandiera norvegese dietro il registratore di cassa, usato a volte sì, a volte no), ho acquistato una copia del libro di Gheddafi, sperando di capire qualcosa dell'ideologia che per 40 anni ha mantenuto questa nazione sospesa nel tempo. Il Libro Verde è hitleriano sia per il respiro degli argomenti che per lo stile impenetrabile della prosa. Gheddafi affronta qualsiasi argomento gli salta in mente, dal male diabolico della proprietà privata all'arte della lotta libera, dall'abolizione del sistema dei salari al diritto universale di possedere un'automobile sovietica. Brani come questo, sull'anatomia della cultura africana, potrebbero aver allontanato potenziali sostenitori occidentali: "le loro tradizioni sociali arretrate sono responsabili dell'assenza di restrizioni nel matrimonio che portano ad un alto e incontrollato tasso di natalità. Questo accade quando le altre razze stanno diminuendo di numero grazie alla pratica del controllo delle nasciate e altre limitazioni nelle leggi matrimoniali, e anche alle preoccupazioni per il lavoro; ciò contrasta con l'abulia delle persone nere che vivono costantemente in climi caldi [sic]."
Il deposito di rottami privato del Colonnello

La Libia dovrebbe almeno essere una nazione ricca, con le sue immense riserve di petrolio e tutti i politici disperati e disposti a quasi tutto per potervi accedere. Tuttavia Tripoli è praticamente un deposito di immondizia all'aperto. Tra i pochi vantaggi di vivere in una dittatura, immaginavo, avrebbero dovuto esserci treni puntuali, un basso livello di criminalità, ed eserciti di spazzini rivoluzionari impegnati a far sì che i turisti raccontino ai loro amici che in quella nazione non ci saranno elezioni, ma almeno è straordinariamente pulita.
Se escludiamo l'economia petrolifera, non è del tutto chiaro cosa i libici facciano per guadagnare. I soli negozi che ho visto vendevano o verdura o sigarette, talvolta entrambi. Ci sono mercati che vendono ogni tipo di cianfrusaglie: vecchie macchine da cucire, gabinetti, profumi falsi (Hugo Boss sembra particolarmente apprezzato). Il prodotto più pubblicizzato (a parte l'ubiqua faccia di Gheddafi che ci osserva da innumerevoli manifesti) è, inspiegabilmente, l'olio di mais. Dopo decenni di paralizzanti sanzioni commerciali, sotto un dittatore che diventa sempre più vecchio e strampalato, e senza un'industria del turismo che sia considerabile, l'economia della Libia è nel caos. Nell'ultimo Indice di Libertà Economica, la Heritage Foundation e Wall Street Journal classificano la Libia 171sima su 179, solo poco più avanti dell'Unione delle Comore e la Repubblica Democratica del Congo.
Oltre ad aver prosciugato la vita economica di Tripoli, Gheddafi ha deciso che la capitale, un tempo luogo di svaghi per i colonizzatori italiani e britannici, doveva anche essere privata di divertimenti. L'alcol, che per anni aveva aiutato la gente a dimenticarsi di vivere in Libia, è proibito. La birra analcolica si può acquistare nel nostro albergo (un cinque stelle, sebbene sembri essere stato classificato sulla base di criteri locali), ma solo per placare (o schernire) i pochi turisti occidentali di passaggio. I devoti musulmani libici sono simili ai vegetariani: si circondano di insensati facsimile del proibito, dalla pancetta di manzo a bottiglie di alcolici, con tutto l'alcol rimosso.
Nonostante l'impegno del governo, tuttavia, è sempre più difficile chiudere una nazione a tutte le influenze culturali malefiche occidentali. Più stretto è il controllo, più pedestre è il contenuto che alla fine scappa tra le maglie. Gli adolescenti libici hanno scarabocchiato "50 Cent" e "Tupac" [gruppi musicali hip hop. ndt] su tutti i muri del souk più grande di Tripoli. Su un muro giallo fatiscente fuori da un negozio che vende DVD illegali, qualcuno si è sentito ispirato - senza dubbio da un CD di contrabbando di musica hip hop - fino a scrivere "fuck yo", sfidando il nulla. Nel negozio di DVD, il film hollywoodiano Fat Albert si può acquistare per pochi dollari: è popolare forse perché il personaggio principale, come la maggior parte dei libici, vive in un deposito di rottami.

Studi correttivi

Ma noi non ci troviamo qua per indagare sui divertimenti dei libici o parlare alla plebe di socialismo islamico. Poco dopo arrivati, con altri tre giornalisti e un accademico, stiamo sfrecciando in un convoglio di Mercedes, con i lampeggianti accesi, i clacson che suonano (e non ricevono mai un contro-suono di replica), diretti ad incontrare il primo gruppo di terroristi da poco rilasciati dal famigerato carcere di Tripoli, Abu Salim. Tutti sono ex membri del gruppo di Al Qaeda noto come "Gruppo Libico Islamico Combattente" (LIFG).
Dal 2003, quando la Libia abbandonò il programma di produzione di armi di distruzione di massa e l'Occidente quindi tolse le sanzioni, il governo di Gheddafi ha messo in atto una serie di azioni concertate per la reintegrazione nella comunità mondiale. Il suo programma di "riabilitazione" dei prigionieri della LIFG, che dovrebbe servire a spingerli contro al Qaeda, è l'ultima mossa tattica nell'ambito di una dispendiosa e ampia campagna di pubbliche relazioni destinata a cambiare l'immagine di una nazione il cui nome è stato a lungo un sinonimo di terrorismo internazionale.
La Fondazione Gheddafi ha scelto che noi intervistassimo alcuni degli 88 membri LIFG, membri di basso e medio livello, che sono stati rilasciati in ottobre dopo aver firmato un documento chiamato "Studi correttivi", nel quale è scritto che condannano le tattiche di al Qaeda e rinunciano alla violenza contro i civili. "La Jahad è etica è morale perché è nel nome di Dio", si legge nel documento di 400 e rotte pagine. "Questo significa che è proibito uccidere donne, bambini, anziani, preti, diplomatici e simili. Il tradimento è proibito ed è vitale mantenere le promesse e trattare bene i prigionieri di guerra. Seguire questa etica è quello che distingue la Jihad musulmana dalle guerre delle altre nazioni."
Mentre gli ex detenuti rispondono alle domande sulla loro vita in Afghanistan e in prigione, un rappresentante ubiquo dei servizi di sicurezza prende appunti. Sia per la presenza di questa intimidazione silenziosa che a causa del gruppo di traduttori incompetenti, ci è difficile divinare cosa abbia spinto così tanti fanatici a pentirsi dei loro peccati.
Metto a fuoco poco di più quando chiedo a ciascuno quanto fosse il periodo di detenzione previsto per la sua condanna. Tutti rispondono che la condanna ricevuta era a morte. La maggior parte erano stati condannati per reati come il possesso di documenti falsi, associazione a un'organizzazione proibita, e, come ci spiega un ex combattente, per "idee sbagliate."
Tutti ammettono di aver ricevuto un certo livello di addestramento all'uso delle armi ma dicono di aver lavorato in dipartimenti nonviolenti e di propaganda del LIFG. Molti di loro lavoravano da Londra, dopo aver ricevuto asilo politico dal governo britannico (avevano raccontato alle autorità inglesi che sarebbero stati uccisi se fossero tornati in Libia, e poi, ottenuto l'asilo, avevano continuato a produrre bollettini di al Qaeda mentre si trovavano sotto la protezione del governo britannico.) Se dobbiamo credere a quanto affermano, pochi di loro hanno mai ucciso qualcuno.
Man mano che parliamo con loro, sembrano i membri di una specie di Gruppo Ausiliario Femminile Aerostatico [gruppo ausiliario della RAF spesso citato come esempio di corpo militare di rilevanza marginale, ndt] di al Qaeda. Dopo anni di prigione, pasticciando sui particolari del loro rilascio, le loro risposte sembrano tutte uguali, e infine ci spingono esasperati a provocare scambi di domande e risposte come questo:
D: Sì ok, lei era membro dei mujāhidīn, che un tempo distribuivano razzi katiuscia in Afghanistan, e ha passato le sue ferie con Osama bin Laden in Sudan, ma chi di voi ragazzi ha tagliato teste di infedeli?
R: Nessuno.
D: Ha mai ucciso nessuno?
R: Non che io sappia, ma è possibile. Ho sparato colpi di mortaio contro il nemico in Afghanistan.

Narrando una sorta di versione fondamentalista della Battaglia di New Orleans, i nostri sventurati jihadisti spiegano tutti che erano arrivati per combattere i sovietici nel 1990 o successivamente. Nessuno sapeva che quando erano arrivati in Afghanistan l'Unione Sovietica era crollata e il suo esercito ritirato. Come ci spiega un ex membro del LIFG, questi sviluppi non erano stati divulgati sui media libici.
Dopo ore di risposte retoriche, con un calo di zuccheri nel sangue, e lo stomaco che brontolava, sprofondo nei cuscini e allungo le gambe verso il centro della stanza. Un altro giornalista si piega verso di me e mi segnala di aver esposto le suole delle scarpe nella direzione di un ex membro di al Qaeda, me lo fa notare nel timore che avrei potuto offenderlo. “Nella cultura araba,” mi spiega, “questo è considerato mancanza di rispetto.” E' saggio, decido, non offendere i nostri ospiti, anche se non hanno mai ucciso infedeli. Un'ora dopo, lo stesso giornalista adesso ignora il suo stesso consiglio, le suole delle sue scarpe puntano direttamente verso un ex terrorista, senza dubbio nel tentativo di spingerlo a una pausa di silenzio.
Nel visitare il Medio Oriente o il Magreb africano, vi viene continuamente ricordato che mentre i più solerti islamisti moderati possono anche non voler cancellato lo skyline di New York, sono tutti comunque matti. Molti ex combattenti del LIFG mi spiegano che “i musulmani americani combatterebbero l'America se questa invadesse la Libia.” Osama bin Laden un tempo era un ragazzo ragionevole, mi racconta uno di loro, che poi è stato corrotto dai suoi rapporti con il fondamentalista egiziano Ayman al Zawahiri. E anche se l'America ha fornito supporto ai musulmani in passato, questo non conta, perché lo ha fatto nel proprio interesse particolare, e non perché si è resa conto che l'Islam è la vera fede.
Un affascinante, simpatico, ed educato ex membro di al Qaeda adesso lavora per il governo libico, dice di aver visto la luce e di essersi convertito dall'islamismo al gheddafismo. Quando ho chiesto della libertà di stampa, ha risposto al nostro gruppo che non ci sono limiti alla libertà di parola in Libia e che perfino esistono molti quotidiani privati.
Ho chiesto: “qualcuno di questi quotidiani indipendenti potrebbe pubblicare domani un titolo con scritto 'Gheddafi deve andarsene”?. “E perché mai dovrebbe farlo?”, è stata la sua risposta.
Questo genere di risposte spiega molto bene perché la Libia si trovi al 156esimo posto su 175 nell'Indice Mondiale della Libertà di Stampa di Reporter senza Frontiere.
I libici fanno i sovietici, male.

La recente apertura della Libia potrebbe essere motivata da realpolitik, dal desiderio di siglare contratti economici con l'occidente, ma è sempre meglio di nulla. Ci sono molte ragioni per mettere in dubbio le motivazioni degli ex combattenti del LIFG – il fatto che fossero stati condannati a morte potrebbe aver fornito loro convincenti incentivi per aderire al programma governativo anti-al Qaeda, tuttavia il governo libico ha fornito prove tangibili di essere pronto ad uscire dal clima di guerra fredda, questo secondo molti coinvolti nell'ambito della complessa rete diplomatica tra Gheddafi e l'occidente.
Gli intermediari di Tripoli amano la parola dialogo; ognuno, dai membri della Fondazione Gheddafi agli ex terroristi, dice di essere interessato al dialogo con i propri nemici di un tempo. Questo è un cambiamento piuttosto significativo. Vale la pena di ricordare che nel 1986 un bombardamento americano distrusse i centri di comando di Gheddafi a Tripoli, mancando per pochi minuti l'Amato Fratello e uccidendo la sua figliastra di 15 mesi. Oggi i suoi figli adulti viaggiano negli Stati Uniti e si divertono nei nightclub europei. Loro padre recentemente ha fatto il suo da lungo atteso debutto alle Nazioni Unite, intrattenendo i partecipanti con un discorso di 90 minuti nel quale denunciava Jack Ruby, l'assassino israeliano di Lee Harvey Hosvald, e dichiarava che la febbre suina era frutto di una cospirazione capitalista.
Come spesso avviene con i dittatori, si tratta di un dialogo a senso unico, che pretende che tutte le parti accettino le precondizioni della conversazione. Mentre Saif Gheddafi ha cautamente riconosciuto alcune delle violenze commesse nel passato dal regime di suo padre, la maggior parte degli altri rappresentanti del governo libico sembrano attenersi strettamente al copione. Un traduttore presso un ufficio governativo che ho visitato, il quale, senza ironia, si è qualificato come ex segretario generale libico per i diritti umani, ci ha detto: “noi siamo sempre stati contro il terrorismo.” Come è possibile trovare un dialogo con persone che sono così evasive, così distaccati dalla realtà?
I successi di Saif Gheddafi in occidente sono oscurati dal sovietismo di bassa lega che si riscontra ad ogni angolo in Libia. Come la cricca di governo di Saddam, i gheddafisti non si preoccupano di questioni come la credibilità. Se c'è un'elezione il partito di governo inevitabilmente riceve il 100% dei voti. Quando è stato chiesto ai prigionieri del LIFG di rinunciare ad Al Qaeda, il risultato, viene spiegato con insistenza al nostro gruppo, è stato che “il 100% si è convinto.” I libici non sono maestri di pubbliche relazioni: la questione è sottolineata dal fatto che non hanno rimosso dalla parete di uno degli uffici governativi una foto di Abdelbeset Ali Mohmed al Megrahi, meglio noto come il responsabile dell'attentato di Lockerbie.

Credici, ma verifica

Sbuffando il fumo di una sigaretta, il responsabile della sala business class dell'aeroporto di Tripoli - sporca come quella della classe turistica, ma fornita di caffé e biscotti – mi dice che il mio volo per Londra è stato rinviato di un'ora. Quando appare chiaro che il router wireless a disposizione sulla parete non funziona, torno al suo disordinato bancone di metallo e chiedo se, nel frattempo, potesse dirmi se ci fosse qualche modo speciale per controllare la mia e-mail. “No,” sospira, “anche Internet è stata rimandata.”
Tutto in questo paese è rimandato o non funziona, dai telefoni nella camera di albergo al sistema politico vecchio di 40 anni. La Libia nemmeno ha un servizio postale che funzioni – il che potrebbe spiegare perché il servizio postale americano chiede circa 300 dollari per spedire un pacchetto di dieci libbre in questo paese. E' probabilmente più facile rimediare la frattura dei rapporti tra la Libia e l'occidente che rimediare ai 40 anni di fallimenti nazionali interni.
Mentre saliamo a bordo di un volo British Airways, un libico-americano che ha passato 40 anni a Chicago guarda il mio passaporto e mi chiede che diamine ci faccia in Libia. Gli spiego che della mia temporanea collaborazione con la Fondazione Gheddafi e poi gli chiedo se crede che la Libia desideri davvero ricostruire i rapporti con la comunità mondiale. “Bene, io torno qua dal 2005,” mi dice. “Un decennio fa sarebbe stato impossibile.”
Ma lei crede che al “gheddafismo dal volto umano? “Sono stato via dalla Libia per la maggior parte della mia vita, e mi manca il mio paese,” mi risponde. “Quale altra scelta mi resta se non che crederci?”

Per il resto di noi è troppo presto per credere che anche solo uno di questi gesti sia genuino. I documenti sono contraddittori, le prove ancora scarse; volendo essere ottimisti dovremmo credere che Saif Gheddafi sarà l'erede della rivoluzione e che manterrà le sue promesse di liberalizzare la regione e il sistema politico. Forse la prossima generazione dei Gheddafi allenterà la presa sul potere in cambio di un posto alla tavola della politica internazionale. Ma per i libici che soffrono da tanto tempo, la riabilitazione degli ex associati di Al Qaeda, l'abbandono del programma nucleare, e il rilascio dell'attentatore di Lockerbie non costituiscono in nessun modo un progresso verso la democrazia rappresentativa che Gheddafi aveva promesso loro 40 anni fa.
Michael C. Moynihan (mmoynihan@reason.com) è capo redattore di Reason.

Proposta e traduzione: Simona Chiti



mercoledì 31 marzo 2010

Yoani Sànchez, blogger dissidente a Cuba

Da bambina Yoani Sanchez correva già verso i rumori che le facevano paura. « Oggi vado sempre verso ciò che mi fa più paura » dice questa cubana di 34 anni dal balcone del suo appartamento alla Havana.

Nel 2007, fu una delle prime sull’isola ad aprire un blog di contestazione : Generacion Y, racconto al vitriolo della vita quotidiana, un mattone nel vetro della propaganda. « Già allora sapevo che prendevo dei rischi, ma la frustrazione, il silenzio, l’indifferenza mi soffocavano. Il blog è diventato un esorcismo.

La decisione non sorprese nessuno e il suo blog fu rapidamente bloccato. Ciò non le ha impedito di comunicare all’estero. I media internazionali hanno riconpensato la sua audacia, la giovane cubana ha già ricevuto il premio del giornalismo spagnolo Ortega y Gasset, quello per il miglior blog dalla Deutche Welle e del Time magazine.

Non ha una connessione privata

Il 12 marzo del 2010, la giornata mondiale contro la cyber-censura, è stata nominata al premio Net-Cittadino di Reporter senza frontiere. Oggi il suo blog è ospitato in Germania, e fa record di audience : 14 milioni di pagine viste al mese e migliaia di commenti.

Ma Yoani Sanchez non possiede una connesione privata : a Cuba sono riservate solo per pochi privilegiati. Prepara i suoi post in anticipo, li mette su una chiave USB e invia via e-mail da un cybercaffè (molto caro). Degli amici la pubblicano poi all’estero.

« Il web non è centralizzato, funziona in modo virale, non può essere controllato come i media tradizionali, analizza. Con due clic un’informazione censurata viaggia in rete e sui telefoni portatili »

Le autorità, spiazzate da questo nuovo tipo di dissidenza, ha all’inizio lasciato fare. Poi la repressione si è accentuata. Sorvegliata, non può uscire dal paese, blogger resistente è stata vittima di un sequestro express lo scorso novembre. Ma non si arresta.

Un’accademia clandestina del blog alternativo

Ieri osservatrice delle disillusioni e della difficoltà materiale della sua generazione, Yoani Sanchez non esita a immischiarsi di cose pubbliche. Lo scorso febbraio, il dissidente Orlando Zapata Tamayo è morto in prigione. Lei ha lanciato un appello per un cordoglio nazionale su Twitter. Un altro detenuto si è lasciato morire di fame e Yoani ha fatto circolare una petizione per la liberazione di tutti i prigionieri politici.

« I blog non cambiano il sistema » riconosce, ma possono contribuire ». Con altri pionieri della blogosfera cubana, Yoani Sanchez a dunque iniziato un’accademia clandestina del blog alternativo, per amplificare il movimento. Visto che non può sfidare sola le sue paure e i suoi demoni.

http://www.rue89.com/2010/03/29/yoani-sanchez-dissidente-20-a-cuba-145077


lunedì 29 marzo 2010

uffici


Che cosa è il MovLibIt?
Il Movimento liberale italiano è uno spazio di libertà e discussione, di confronto e dibattito a proposito di idee liberali ma non solo.

Il MovLibIt ha aperto i propri uffici virtuali.
Si tratta di una struttura multimediatica e interattiva che permette di dibattere, aprire discussioni e proporre idee e iniziative, contattare altri membri, lavorare in team.

I partecipanti o membri possono proporre idee, incontri, film, libri, idee, temi di discussione oppure discutere e conversare in diretta con gli altri membri grazie ad un sistema integrato di chat.

Gli uffici, il salotto e la cucina del MovLibIt si trovano a quest'indirizzo: http://movimentoliberaleitaliano.ning.com

Come accedere? Basta richiedere un invito scrivendo a:
movimentoliberaleitaliano@gmail.com






venerdì 26 marzo 2010

logo_movimento_proposta

buona la prima


Il MovLibIt si muove e cresce.
E' un buon segno.
Aderisci anche tu scrivendo a:
movimentoliberaleitaliano@gmail.com


sabato 20 marzo 2010

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venerdì 19 marzo 2010

facebook


Il Movimento Liberale Italiano è da oggi anche su facebook
ditelo agli amici, agli amici degli amici interessati
su facebook e altrove